LE RIFLESSIONI DI
MARCO
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RAPIMENTI INDUSTRIA PESANTE IRACHENA
L’ondata di sequestri di persona contro gli stranieri in Iraq rimbalza
giustamente sui nostri giornali, ma non si parla mai degli stessi reati
commessi a danno dei civili iracheni. Lo fa per noi Odai Sirri da Bagdad
(Iraq's postwar kidnapping crime wave) per conto della rete islamica
Al-Jazeera (editoriale del 13 aprile sul sito web in inglese,
www.english.aljazeera.net). Si sapeva che il dopoguerra iracheno ha
portato un’ondata di criminalità secondaria che costituisce la
preoccupazione maggiore della gente, né gli eserciti alleati possono o
devono far più di tanto per stabilire la sicurezza civile, compito della
polizia locale. Si intuiva che la “generosa” liberazione di 100.000
detenuti da parte di Saddam era parte di una strategia tesa a render
difficile qualsiasi ricostruzione dello stato iracheno. Si sapeva che –
specialmente nella zona sciita – alcuni clan nomadi finora tenuti
lontani dalle città vi si sono ora incistati e praticano il sequestro
mafioso a scopo di estorsione come unica attività economica. Si
prevedeva che, come nelle Filippine, i gruppi guerriglieri e/o
terroristi si potessero finanziare con la droga o con il sequestro degli
stranieri “paganti” (nella fattispecie filippina, i missionari cristiani
stranieri, soprattutto americani). Quello che non si sapeva è che il
sequestro di persona affligge soprattutto gli iracheni.
Il giornalista Odai Sirri denuncia il silenzio: soprattutto le donne
sono le vittime preferite delle bande criminali, più di 400 nell’ultimo
quadrimestre del 2003 (fonte: Organisation of Women's Freedom in Iraq).
Un esempio: Aisha, 21 anni, studentessa universitaria, vive in famiglia
a Kathum, vicino Bagdad, rapita e imbavagliata di notte, senza che i
genitori sentissero nulla (dormivano in terrazza, era d’estate). Solo
ora Aisha ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia; è stata
tenuta segregata in una stanza con altre due vittime sue coetanee,
guardata a vista da una donna adulta che portava loro da mangiare e le
accudiva, assicurando loro che pagando il riscatto nulla sarebbe
successo. Quanto? 20.000 dollari, altrimenti la morte. La famiglia non
ha pagato, Aisha è riuscita a scappare rifugiandosi in una moschea, ma
dopo qualche giorno un suo fratello è stato assassinato per vendetta. Il
padre di Aisha era impiegato in una delle tante “agenzie per la
sicurezza” di Saddam, quindi si può anche essere fatto molti nemici, ma
spesso la motivazione dei rapimenti è tutta economica. Tanti omicidi
sono senz’altro regolamenti di conti, ma spesso è delinquenza mafiosa,
in un paese già diviso per clan in tempo di pace: ogni giorno le
automobili vengono rubate armi alla mano, né è facile capire dove
finisce la resistenza al governo provvisorio alleato e dove inizia la
comune delinquenza. Anche in Italia nel dopoguerra ci fu un’ondata
criminale senza precedenti, complici la disoccupazione, lo sbandamento
morale e la grande quantità di armi lasciate in giro dai vari eserciti.
Ma in Iraq è diverso: la polizia è ancora inefficiente e si preferisce
non far denuncia. “E’ un nuovo business, tutto in ascesa” dice il
questore (nel testo: deputy police chief) di Bagdad, Raad Yasir. Al suo
tavolo arrivano almeno tre denunce a settimana, ma ammette che il
fenomeno è ben più grave: molta gente fa giustizia da sola o paga e
tace: far sapere che una donna è stata rapita e forse violentata non
aiuta certo il suo futuro di sposa. La famiglia di Aisha ora vive da
un’altra parte e nessuno ne conosce l’indirizzo, ma vivono tuttora nel
terrore. Ma Aisha si ritiene fortunata.
Marco Pasquali
16 aprile 2004
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